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Tra la tradizione sudamericana e l’elettronica in concerto a Firenze per l’unica data italiana la contrabbassista Ëda Diaz

Domenica 6 aprile al PARC di Firenze l’artista franco-colombiana presenterà il fulminante disco d’esordio “Suave Bruta”, undici brani che parlano di amore, morte e dei tormenti del mondo moderno

Domenica 6 aprile al PARC Performing Arts Research Centre di Firenze arriva in concerto per un’unica data italiana la contrabbassista e songwriter Ëda Diaz.

Alle 19.00 nell’ambito della rassegna Mixité – Suoni e voci di culture antiche e attuali, firmata Toscana Produzione Musica, Diaz presenterà il suo fulminante album d’esordio “Suave Bruta”.

Con questo album la contrabbassista ricompone i frammenti della sua identità: francese da parte di madre, colombiana da parte di padre.

Il disco ha un sound colorato, ricco ed elegante che vuole costruire un ponte sull’Atlantico tra Parigi e Medellin, uno spazio poetico e ballabile che fonde ritmi latini tradizionali, suggestioni pop sperimentali e l’eco industriale della città.

La musicista, che da tempo si ispira alle opere di Octavio Paz, Pablo Neruda e Gabriel García Márquez, rende omaggio nei suoi testi alle tradizioni poetiche del continente sudamericano e in particolare alle sue strutture classiche – le famose decimas. E i boleros, picchi di poesia, romanticismo e malinconia, forniscono al repertorio di “Suave Bruta” un altro dei suoi ingredienti.

Il risultato? Un’opera struggente che si concede alla gioia, allo spleen, al gioco e alla contemplazione.

Eda Diaz

Éléonore Diaz Arbelaez impara presto a destreggiarsi tra lingue, culture, ritmi e modi di fare musica. Il risultato sono undici brani che combinano la tradizione sudamericana e una sperimentazione elettronica ultra-creativa che evoca i mondi di Björk, James Blake e Juana Molina, gettando le basi di un vasto continente poetico per un’esperienza musicale unica.

Per oltre quindici anni Ëda Diaz si è dedicata al pianoforte classico a Parigi; ma ogni estate, al suono della tiple e dei bicchierini di aguardiente che tintinnavano nel patio della casa di famiglia a Medellín, la nonna le insegnava i tanghi infuocati di Carlos Gardel, il romanticismo dei boleros, l’esultanza dei bambucos e un intero repertorio di canzoni popolari della grande tradizione sudamericana.

Da quel momento unire i due continenti è diventata la sua ossessione, perché sentiva di non avere né l’anima di una concertista né quella di una folklorista, così Ëda Diaz si è data al rock psichedelico: un passo che le ha permesso di liberarsi dai rigori accademici, scrivere i suoi primi testi e trovare la sua voce.

Ma la vera epifania è arrivata sotto forma di contrabbasso: una scelta ovvia per Ëda Diaz, il cui padre l’ha nutrita coi migliori tumbaos di salsa.

A casa si avvicendavano Buena Vista Social Club, Omara Portuondo e uno tra i più carismatici cantanti di salsa colombiani, Joe Arroyo.

Proprio uno dei grandi classici di quest’ultimo, “Suave Bruta”, dà il nome all’album. Le undici tracce chiaroscurali testimoniano il viaggio di Ëda, i suoi oracoli e le sue domande, mentre canta l’amore, la morte, i tormenti del mondo moderno, la luce e l’intuizione.

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