Ambiente/ARTICOLO

"Energy divide": quando l'energia รจ un lusso

Accesso all' energia elettrica e cambiamenti climatici sono stati al centro della discussione nel terzo e ultimo giorno al Festival dell'Energia di Firenze

/ Mariangela Della Monica
Mar 10 Dicembre, 2013
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La terza ed ultima giornata al Festival dell’Energia di Firenze si è aperta con l’incontro sull’Energy Divide organizzato da Coopi - Cooperazione Internazionale. Non tutti sanno che nel mondo 1,5 miliardi di persone non hanno accesso alla corrente elettrica. La maggior parte di queste persone risiedono nei paesi del terzo mondo, in Africa e in alcune zone del Sud America. Coopi, un’organizzazione umanitaria italiana laica e indipendente nata 46 anni fa e operante in 50 paesi, sta portando avanti diversi progetti in Malawi, in Somalia, in Etiopia e il Bolivia. Il presidente di Coopi, Claudio Ceravolo, ha ricordato con orgoglio come, proprio in Bolivia, è stato portato a termine insieme all’italiana Terna, il progetto di costruzione e messa in funzione di una centrale idroelettrica.

Ma esiste anche un’altra questione connessa alla difficoltà di accesso all’energia, è un’emergenza di tipo sanitario. “Nei paesi sottosviluppati - ha ricordato Emanuela Colombo, del dipartimento di Energia del Politecnico di Milano - sono ben 2 miliardi e 800 mila le persone che utilizzano le biomasse per scaldarsi e per cucinare. Ciò significa servirsi di grandi quantitativi di legna, provocando la deforestazione dei boschi ma non solo. Sono, infatti, oltre 1 milione e 400 mila le persone che muoiono per la malattie legate all’esalazioni della legna bruciata: si tratta di numeri superiori ai decessi per tubercolosi e per malaria".

E se lo sviluppo di un paese cresce di pari passo con l’accesso all’energia, l’Etiopia è uno degli stati più attivi in questo senso. “Negli ultimi dieci anni sono stati fatti grandi passi avanti – ha spiegato Getahun Moges, direttore dell’agenzia elettrica etiope- anche grazie all’aiuto delle ONG in particolare nel campo della ricerca e dell’innovazione”. Per il 30-40 % della popolazione etiope, però, non è ancora possibile pensare di accendere la luce, così come facciamo, quasi senza pensarci, nelle nostre case europee.

Nel pomeriggio al Festival la discussione si spostata sul legame tra energia e cambiamenti climatici. Tra i relatori è intervento anche Bruno Carli, direttore di ricerca Earth Observation Project del CNR. Carli, che si occupa principalmente di studiare e monitorare dati, in carriera ha dato il suo contributo nella progettazione di alcuni satelliti di osservazione ambientale come  l’Envisat e il più famoso Uars, "rientrato" nell'atmosfera proprio ieri, senza per fortuna provocare danni. Secondo Carli, i cambiamenti climatici non sono avvertiti come un problema dalla maggior parte della popolazione, perché avvengono in tempi molto, molto dilatati. “Oggi, facendo un’analisi storica con i dati che ci hanno inviato i satelliti negli ultimi 30 anni, capiamo che stiamo andando dritti verso il riscaldamento globale”, ha dichiarato Carli.

La risposta al rischio riscaldamento globale è quindi una sola: investire sulle rinnovabili. Le ricerche che il consorzio Lamma sta portando avanti in Toscana vanno proprio in questo senso: raccogliere informazioni su nuove possibilità di produzione di energia per esempio dalla forza del mare, dalle correnti, dagli sbalzi delle maree. Anche l’eolico potrebbe dare una buona resa nelle zone più vocate della nostra regione. “L’impatto sul paesaggio è giudicato da molti troppo alto; – ha sottolineato Bernardo Gozzini, responsabile scientifico del Lamma- le resistenze sono ancora molte, quando vennero costruiti gli elettrodotti però, abbiamo imparato ad accettati”.
La ricerca ISPO presentata ieri al Festival dal professor Renato Mannheimer ha avuto un risultato abbastanza sorprendente e di certo non scontato. E' risultato, infatti, che l'opinione pubblica è molto ben disposta ad accettare lo sviluppo dell'eolico nel nostro paese: ben l'80% del campione intervistato si è dichiarato molto o abbastanza d'accordo. La percentuale è scesa di poco, assestandosi al 71%, per il campione preso tra chi resiede accanto agli impianti.


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